news da volontariato.it

Gli orti di pace

 
 
 

Michela e Sara di Slow Food

BASTIA UMBRA. Si chiama “Mille orti in Africa” l’idea partita nel 2010 da Terra Madre, una delle iniziative di punta di Slow Food. L’intento è quello di dare il via ad un migliaio di coltivazioni locali in 26 paesi del continente africano. Non si tratta però di orti qualunque. Per essere annoverati tra quelli dell’iniziativa, gli orti in questione devono infatti essere coltivati secondo i metodi dell’agricoltura biologica, in grado di garantire il massimo rispetto dell’ambiente e tipologie di produzioni autoctone. Un obiettivo ambizioso, non c’è che dire, ma tutt’altro che utopico: basti pensare che, in meno di un anno, sono già state coinvolte 206 comunità.“Finora sono stati creati numerosi orti comunitari, familiari e scolastici che rispettano i parametri previsti dalla nostra campagna – spiegaMichela Lenta di Slow Food -. Particolare importanza viene data ad un uso responsabile delle acque per l’irrigazione e all’utilizzo di sementi autoctone, evitando così l’acquisto di semi ibridi. In questo modo, cerchiamo di portare avanti un’azione che, oltre a riguardare l’aspetto agricolo ed alimentare, interessa da vicino anche quello culturale, in un’ottica di salvaguardia delle tradizioni del territorio”.

A far da portavoce di “Mille Orti in Africa” nell’ambito del Meeting “1000 Giovani per la Pace” tenutosi il 23 e 24 settembre a Bastia Umbra è stata Sara El – Sayed, che ha fatto il punto sull’operato di Slow Food in Egitto, sua terra d’origine.

L’iniziativa “Mille orti in Africa” – ha detto – contribuisce sicuramente a quel processo di ricostruzione del Paese che si è avviato con la “Primavera Araba”. Finché infatti vigeva un regime dittatoriale, anche l’agricoltura doveva sottostare alle direttive provenienti dall’alto. Ciò si traduceva in una politica di asservimento agli interessi delle multinazionali presenti nel Paese, come Monsanto e Dupont, e in una maggior povertà per l’Egitto, sia in termini economici ,che culturali e di biodiversità. Il presente è invece molto diverso: Slow Food e Terra Madre incentivano soprattutto i giovani nel creare orti biologici e in armonia con l’ambiente in cui si inseriscono. Niente viene imposto, tutto concertato, in un’ottica di protagonismo della popolazione locale, al d là di ogni assistenzialismo”.

 
 
Aggiungi a SpecialiCondividiCondividi con notaSegna come già lettoInvia a

Per una comunicazione di pace

 
 
 

Il direttore di Rainews Corradino Mineo

BASTIA UMBRA. Quale comunicazione di pace è possibile in un sistema informativo in cui la notizia della recente nascita del Sud Sudan non ha trovato quasi nessuno spazio presso le principali emittenti e testate nazionali? E quello del nuovo stato sudanese non è che un esempio della cecità dei media italiani in relazione a quella parte di pianeta che non sta abitualmente sotto i riflettori. È stato proprio il rapporto esistente (o inesistente) tra pace e informazione il tema al centro dell’incontro tenutosi a Bastia Umbra in occasione del meeting “1000 Giovani per la Pace” nelle giornate del 23 e 24 settembre. Tanti gli addetti ai lavori che hanno espresso il proprio parere su di un sistema mediatico che troppo spesso si disinteressa del sud del mondo, lasciando in ombra gran parte di ciò che accade al di là dei confini nazionali. O che, peggio ancora, lo chiama in causa esclusivamente quando le sue vicissitudini sono da ritenersi “cibo appetibile” da dare in pasto all’audience.

Mancano gli spazi adeguati nel nostro sistema mediatico per quanto riguarda il sud del mondo – afferma Enzo Nucci, corrispondente Rai da Nairobi -. Il rischio che inevitabilmente si corre è quello di dare un’informazione a spot. Spesso, infatti, si riesce a far passare una notizia solo quando c’è un epilogo, lasciando il pubblico all’oscuro di quanto accaduto prima, privo degli strumenti necessari per una comprensione piena della vicenda in questione. Inoltre capita spesso che, quando c’è una narrazione che ha per protagonista  la parte di Terra che sta sotto l’Equatore, si tratti sempre di una narrazione di guerra. A finire sul piccolo schermo sono solitamente gli “effetti alti”, cioè gli elementi più eclatanti e che maggiormente possono colpire l’attenzione degli spettatori. Quasi mai quelli meno spettacolari, talvolta in grado di fornire una conoscenza più completa al pubblico a casa”.

Sulla questione si è espresso anche Corradino Mineo, direttore di Rainews.

“Per essere informatori di pace – ha detto – è necessario raggiungere il giusto equilibrio tra due aspetti. Da una parte c’è la professione di una scelta ideologica che possiamo definire ragionevole, vale a dire la convinzione secondo cui niente o quasi si risolve con la guerra. Sempre rimanendo fedeli ad una simile visione, è però opportuno conservare uno sguardo empirico, curioso ed aperto su ciò che ci circonda. Per far sì che la scelta ideologica non si trasformi in un modo unilaterale di guardare il mondo non si può infatti fare a meno di mantenere questo doppio binario”.

Essere informatori di pace è quindi possibile nello scenario italiano? Attualmente, a detta di chi nel settore dei media lavora, si tratta di una sfida purtroppo non facile. Un primo passo da fare in questo senso sarebbe forse una vera e propria inversione di tendenza nella programmazione, tale da implicare un ampliamento del raggio d’azione dell’attuale sistema informativo. “Aumentare gli spazi dell’informazione rispetto agli esteri – suggerisceFrancesco Cavalli, del Premio Ilaria Alpi -: questo è in primis necessario per rendere i media veicolo di un’informazione di pace”. Ma la strada da fare è, a quanto pare, ancora lunga.

 
 
Aggiungi a SpecialiCondividiCondividi con notaSegna come già lettoInvia a

Riprendersi l’informazione

 
 
 

Il segretario della FNSI Natale

BASTIA UMBRA. L’informazione italiana al crocevia tra politica e potere. È questa la situazione dei media tratteggiata da Giuseppe Giulietti di Articolo 21 in occasione del meeting di Bastia Umbra “1000 Giovani per la Pace” del 23 e 24 settembre. “L’elemento di metastasi che rende malata l’informazione italiana – dichiara Giulietti – è il nodo irrisolto del conflitto di interessi. C’è purtroppo un asservimento del sistema mediatico italiano alla politica, fattore di influenza e corruzione“. “Anche se in maniera non evidente -ha proseguito Giulietto-, la censura è tutt’oggi presente. Lo è nella misura in cui le tematiche che alimentano l’insicurezza collettiva come precarietà, scuola, lavoro e quant’altro, vengono fatte praticamente sparire dagli spazi di informazione, messe in ombra spostando l’attenzione del pubblico su altri fronti”.

È proprio per tornare ad accendere i riflettori sui temi più urgenti e per dar la parola ai più deboli – dice ancora Giulietti – che da numerose associazioni tra cui Tavola della Pace, Articolo 21 e molte altre è stata lanciata la campagna “Ti illumino di più”. L’idea è quella di far calare l’attenzione riservata ai leader politici ed ai personaggi di spicco mediatico, invitandoli ad abbassare la concentrazione sulle loro persone. Solo così potrà dire la sua chi, pur avendo molto da dire, troppo spesso è snobbato dai mezzi di informazione”.

Ad intervenire sull’argomento è stato anche Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana. “Per dire no ad una stampa che si vede privare della sua libertà – continua -, sono in cantiere numerose iniziative. La prima avrà luogo giovedì 29 settembre, giorno in cui tornerà in aula le legge sulle intercettazioni. Fnsi ha organizzato per le ore 15 una manifestazione a Roma, di fronte al Pantheon. Sarà un’occasione per gridare il proprio dissenso ad ogni tipo di bavaglio che il potere vuole imporre all’informazione. Noi giornalisti non accettiamo di sottostare a simili restrizioni. Vogliono imbavagliarci? E noi rimarremo fedeli al nostro dovere, informando ugualmente con ogni canale possibile i cittadini. Occorre condurre una battaglia che veda uniti addetti ai lavori ed utenti, in grado di saldare due diritti – doveri, quello di cronaca e quello di esser informati”.

Parole dure quelle spese da Roberto Natale per la Rai. “Di fronte ad un Minzolini che, interrogato sulla dubbia qualità di molti dei servizi del Tg1 relativi a lavatrici per cani e quant’altro – spiega Natale -, si giustifica affermando che agli spettatori è necessario dare “caramelle” per consentir loro di “sopportare” meglio la parte istituzionale del telegiornale, non si può far altro che indignarsi. Gli italiani non possono esser considerati come un popolo incapace di intendere e volere, disinteressato alle sorti del proprio paese e del mondo intero. I numeri lo dicono chiaramente. Quel 57% che il 12 e 13 giugno è andato a votare è la dimostrazione che la maggioranza del Paese vuol veder rispettato il proprio diritto ad una cittadinanza attiva e, conseguentemente, ad un’informazione degna di chiamarsi tale. Forti di questa maggioranza, lanciamo un’iniziativa volta alla difesa del servizio pubblico radiotelevisivo. Al grido di “Riprendiamoci la Rai” percorreremo tutta Italia a partire da Trieste il 4 ottobre prossimo, perché anche l’informazione è un bene comune da tutelare”.

 
 
Aggiungi a SpecialiCondividiCondividi con notaSegna come già lettoInvia a

Napoli, protagonista del sociale “Con il Sud”

 
 
 

Carlo Borgomeo

NAPOLI. Si è svolta questa mattina a Napoli la conferenza stampa di presentazione della manifestazione “Con il Sud – Giovani e Comunità in rete” per il quinto anniversario della “Fondazione con il Sud”, che vedrà nel pomeriggio di sabato 1 ottobre la partecipazione del Presidente della Repubblica. Cinque anni di “progetti esemplari”, impegno sociale e attività culturali per lo sviluppo del Mezzogiorno. Un compleanno speciale che la Fondazione celebra attraverso un evento nazionale nel capoluogo partenopeo per offrire un’opportunità di confronto e promozione di un approccio innovativo alla questione meridionale, fondato sulla dimensione della responsabilità e della sussidiarietà. Tre giorni di appuntamenti per una “festa del Terzo Settore”, da venerdì 30 settembre a domenica 2 ottobre negli spazi delle Catacombe di San Gennaro a Napoli, tra Capodimonte e la Sanità.

“La manifestazione per i cinque anni della ‘Fondazione con il Sud’ -ha dichiarato Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione- rappresenta l’occasione per ‘raccontare’ le iniziative ‘esemplari’ promosse dai territori meridionali, realizzate con il nostro contributo da oltre duemila organizzazioni tra associazioni di terzo settore e di volontariato, istituzioni e privati. I progetti si chiamano esemplari proprio perché esprimono la capacità di ‘fare rete’ e propongono modelli e prassi di comunità, da diffondere. Ed è con questo spirito che abbiamo voluto costruire anche la manifestazione, con la collaborazione e la partecipazione attiva di associazioni, partner e ragazzi, per festeggiare insieme ma soprattutto per porre l’attenzione su un una dimensione dello ‘sviluppo’ spesso sottovalutata: quella della coesione sociale, della responsabilità, soprattutto dei giovani, e della capacità di fare comunità come condizioni primarie per il nostro Sud.”

 
 
Aggiungi a SpecialiCondividiCondividi con notaSegna come già lettoInvia a

L’altra verità su Lampedusa

 
 
 

ph. Riccardo Noury di Amnesty International

LAMPEDUSA. “Se c’è qualcuno in Italia che ha dato valore e senso alla parola pace, quelli sono i lampedusani”. Quantomeno insolita l’immagine che le parole del portavoce di Amnesty International Italia Riccardo Nouryrimandano di una delle propaggini più estreme dello stivale. O, per meglio dire, insolita se paragonata alla fotografia che i media sono soliti scattare di quell’isola che negli ultimi mesi è stata il punto d’approdo di migliaia di persone partire dal sud del Mediterraneo. Sono infatti di tutt’altro segno le testimonianze di Riccardo, di quelli che ce l’hanno fatta a raggiungere le coste italiane, nonché dei tanti volontari che hanno partecipato al primo “Campeggio per i Diritti Umani a Lampedusa”. E’ quindi forse il caso di porsi qualche domanda su quanto di vero sappiamo su quel piccolo lembo di terra che ancora si fa chiamare Italia, checché buona parte della penisola sembri essersene dimenticato.

“Tanto si parla di loro e della loro terra, ma troppo poco si è disposti ad ascoltarli” afferma Riccardo Noury. “Se solo fosse stata data ai Lampedusani la possibilità di raccontare la propria storia, sapremmo che da anni, e non da mesi, fanno del loro meglio per accogliere i migranti che sbarcano sulle loro coste. Da anni danno a chi arriva l’immagine di un’Italia solidale e accogliente, immagine che spesso non corrisponde a ciò che i nuovi arrivati troveranno nel proseguo del loro soggiorno (sempre che ci sia) nel Bel Paese”.

“Fa comodo confinare il ‘problema’ entro le coste lampedusane –continua Riccardo- raffigurare la piccola Lampedusa come epicentro di una crisi umanitaria, senza mettere in evidenza come invece una responsabilità che riguardava l’intera nazione sia stata scaricata sulle spalle di una popolazione di appena 5 mila abitanti distribuiti su un territorio di 7 chilometri di lunghezza per 4 di larghezza. In questi ultimi mesi, a incrementare il disagio sia degli isolani che dei migranti sono stati mezzi di informazione e istituzioni. Se infatti da una parte la politica italiana ha mostrato grande incapacità nella gestione della situazione, dall’altra i media si sono dati un gran da fare nel dipingere la situazione in termini allarmistici, con un linguaggio militaresco e ansiogeno. Quello che si è andato a creare è stato un circolo vizioso: la raffigurazione di un simile quadro ha creato paura e preoccupazione nell’opinione pubblica, che ha chiesto a gran voce una presa di posizione da parte delle autorità. Queste non hanno saputo rispondere se non con soluzioni di carattere militare. Sono proprio i casi come questi quelli in cui i diritti umani passano purtroppo in secondo piano”.

“L’accoglienza che i Lampedusani riservano ai migranti in arrivo -racconta Francesca, una delle volontarie che hanno preso parte al Campo organizzato da Amnesty International lo scorso luglio- ci ha lasciato stupiti. Ci siamo trovati di fronte ad una realtà completamente diversa da quella presentata dalla tv: disponibilità e solidarietà sono le parole d’ordine per quanto riguarda la maggior parte degli isolani che abbiamo incontrato”.

Anche chi ha vissuto Lampedusa nelle vesti di ospite è della stessa opinione. “Sono rimasto a Lampedusa una decina di giorni -racconta Henry, originario della Nigeria- e gli abitanti hanno accolto me ed i miei compagni nel migliore dei modi. Ci hanno dato cibo e fornito le cure necessario dopo un viaggio sfiancante, abbiamo incontrato persone molto gentili che hanno saputo accogliere la nostra richiesta: quella di aver salva la vita”.

Basta poco per vedere le cose da un’altra prospettiva. È sufficiente ampliare un po’ l’inquadratura per capire che c’è un’altra Lampedusa che si nasconde dietro le immagini dei tg.

Laura Gianni

news da volontariato.itultima modifica: 2011-09-29T09:41:33+02:00da paoloteruzzi
Reposta per primo quest’articolo